Pensieri di una vacca.

La Condotta di Primiero, nei suoi ormai 5 e più anni di vita, ha cercato di sviluppare delle attività e delle proposte che, a partire dalla centralità del cibo, hanno toccato molteplici tematiche: dall’alimentazione quotidiana alla salute, dall’educazione allo stato dell’ambiente, dalla produzione al paesaggio.

Uno dei progetti che più ci ha impegnato è quello del Presidio a tutela del Botìro di Primiero di malga che abbiamo potuto sviluppare assieme al Caseificio di Primiero, grazie soprattutto al sostegno di istituzioni ed enti locali.

Grazie a quel progetto abbiamo avuto modo di frequentare e comprendere sempre meglio il settore lattiero-caseario, locale e trentino. È da questo punto d’osservazione privilegiato che ci siamo persuasi della situazione estremamente critica del comparto, che rimane comunque il principale settore produttivo agroalimentare di Primiero.

Ed è da questo punto d’osservazione che abbiamo seguito con meraviglia e sconcerto la vicenda di Malga Fosse di Sopra: una malga importante della rete che fa capo al comparto, che potrebbe risultare strategica nel suo rilancio, grazie anche al Presidio del Botiro di Primiero di malga, e che invece viene trattata dalla Provincia di Trento (la quale ne è proprietaria) come un corpo estraneo al territorio, alla sua realtà sociale, economica e finanche al paesaggio dolomitico in cui si inserisce.

Le cose da dire in merito sarebbero molte ma, su questo, preferiamo lasciar voce a quello che si potrebbe definire un soggetto informato sui fatti.

Vorremmo quindi dare spazio nel nostro blog  a  i Pensieri di una vacca che, come si suol dire, riceviamo e volentieri divulghiamo perché rispecchiano bene il nostro sconcerto e la nostra preoccupazione nonché la perplessità su questo ulteriore intervento milionario: calato sulla nostra testa dalla Provincia, forte dei denari di tutti noi ma anche della propria posizione di controllore non controllato in materia di ambiente, territorio e paesaggio.

Se avete voglia di darci anche la vostra opinione rimaniamo naturalmente a disposizione e potete contattarci all’indirizzo: slowfoodprimiero@gmail.com.

Il Comitato di Condotta

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Brevi spunti di riflessione e critica di una mucca al pascolo che pensando un pò a se stessa in modo egoistico cerca di spiegare agli uomini pochi concetti     fondamentali.

Lasciatemi dire due parole, posso? sono lì, in fondo a sinistra, riposo sotto un sole che non c’è, su erba troppo corta per essere mangiata, troppo verde per essere appetitosa, ma vi guardo, vi guardo in cagnesco.

Vi voglio parlare di due cose, solo due, e a scanso di equivoci vi dico subito una cosa, quindi vi parlo di tre cose: non vi voglio parlare di estetica e bello, perché la mia estetica ed il mio concetto di bello sono molto diversi dai vostri, sono soggettivi, a me piacciono i tori “grigio alpini”, ma ho amiche che preferiscono i “bruni”, anche voi avete gusti distinti, quindi o ci fermiamo a parlare di gusti o lasciamo proprio perdere. Quindi non mi giro e commento l’opera alle mie spalle, sarebbe tempo perso, fate finta che mi piaccia, giusto per metterci uno zoccolo sopra.

Tempo fa ho letto il bando di concorso per la riqualificazione di Malga Fosse, a cui farò costante riferimento in corsivo.

Sono arrabbiata, sono arrabbiata perché non avete ancora capito una cosa importante: cosa vuol dire paesaggio.

Nonostante vi sia l’abitudine a considerare il paesaggio unicamente sotto il profilo panoramico, nel caso in questione il paesaggio assume una valenza urbanistica ed architettonica. Va cioè riconosciuta l’immagine paesaggistica dell’intervento, in quanto il paesaggio entra prepotentemente nell’immagine dell’edificio e con esso trova relazione e scambio. In particolare va considerata la presenza incombente del Cimon de La Pala che sovrasta Malga Fosse [...]. Ma non solo, va considerata sia la vista della Malga da Passo Rolle sia la vista che da questa si gode verso il passo e la valle“.

Sono parole vostre… Siete partiti anche bene, è giusto dire che “vi sia l’abitudine a considerare il paesaggio unicamente sotto il profilo panoramico“, infatti l’avete dimostrato… Perché il vostro paesaggio non è altro che panorama, “organizzazione di immagini“, “coni visuali” e “distinguibilità degli elementi“. Il paesaggio non è panorama. Il paesaggio è la percezione di un territorio concreto, è innanzitutto sensazione, e in quanto tale è un processo culturale e cognitivo. Il paesaggio è soggettivo (come l’estetica di cui sopra), ma nella sua dimensione storica (e quindi antropica) è rintracciabile attraverso processi costruttivi. Il paesaggio è un processo costruttivo e culturale. Si sedimenta come le vecchie fotografie, permea il terreno, lo modella, prima attraverso la funzione del luogo e piano piano entra nella percezione del luogo. Il paesaggio non si inventa, non si costruisce ex novo, non si restaura, non si adatta. Il paesaggio è.

Vi ho parlato di funzione dei luoghi, voi avete richiesto: “proposte che concepiscano un edificio ed uno spazio esterno altamente qualificato capace di costituire un centro di attrazione turistica sia nella stagione estiva che in quella invernale, offrendo ai cittadini ed agli ospiti luoghi qualificati e funzionali“. Avete chiesto un centro di attrazione turistica… funzionale agli ospiti…

Per non esulare dal contesto vi cito un architetto:

Se osserviamo con più attenzione il processo della vita, ci accorgiamo che la tecnica è solo un elemento ausiliario, non un fenomeno definito e indipendente. Un funzionalismo solo tecnico non può creare un’architettura passo per passo, cominciando dall’aspetto economico e tecnico, coinvolgendo gradualmente, in un secondo tempo, le funzioni più complesse, potremmo anche accettare un funzionalismo puramente tecnico. Ma tale possibilità non esiste. Non solo l’architettura abbraccia tutti i campi dell’attività umana, ma si deve sviluppare sincronicamente in tutti i suoi vari settori. Altrimenti si ottengono solo risultati parziali e superficiali”

(Alvar Aalto, The Humanizing of Architecture, in «The Technological Review», novembre 1940).

Sono passati 70 anni da queste parole, 7 generazioni di vacche, ed io non ho sufficienti zoccoli per contare tanto, ma voi si, ma non capite o non ricordate, o fate finta di dimenticare. Vi siete dimenticati che ci sono anch’io… La funzione dei luoghi (e quindi dell’architettura sui luoghi) non può esulare dall’utilizzo di questi. L’attrazione estetica non è una funzione, l’attrazione turistica è una funzione parziale, io, vacca, sono una funzione. Slow Food ha perso molto tempo ed energia per fare di me vacca un esempio di “funzione dei luoghi”. Nel gennaio 2009 è nato il presidio del “Botiro di Primiero di Malga”, un presidio che ha dimostrato (anche economicamente) che c’era un prodotto da salvare dall’estinzione, che un’altra agricoltura e un’altra produzione alimentare sono possibili, e che è un aiuto concreto ai nostri produttori e al nostro territorio. Un prodotto che ha pensato a me. Ma voi no. Vi siete dimenticati della filiera lattiero-casearia, del mio scopo ed utilizzo. Avete fatto finta di non sapere che durante l’estate la maggior parte del latte di Primiero attraversa due volte al giorno Passo Rolle, che la funzione della Busa Bella (il vero contesto architettonico di Malga Fosse) è ed è stata quella di farmi pascolare liberamente per produrre latte. Avete volontariamente e consapevolmente limitato la riflessione sulla funzione di Malga Fosse richiedendo “un locale pubblico le cui caratteristiche di alta qualità formale, architettonica e tecnologica potessero essere un punto di attrazione”. Rileggete Alvar Aalto. Riflettere sulla funzione dei luoghi dovrebbe essere imprescindibile in un contesto di progettazione, oltre che architettonica anche urbanistica e territoriale.

Concludo…

Vi ho dato del voi perché voi siete il pubblico, voi siete l’amministrazione pubblica. Poco importa chi è il banditore, il proprietario, il finanziatore, se è pubblico siete sempre e comunque voi. Una mandria di noi vacche ha forse più senso comune di una mandria di uomini. Ma è strano, è strano perché noi non possiamo scegliere il nostro pastore, colui che ci fa “mantenere il pascolo”, voi invece potete scegliere coloro i quali devono proteggervi da voi stessi per “mantenere il territorio”.

Vi ho scritto perché vorrei farvi riflettere su queste due cose, paesaggio e funzione dei luoghi, senza le quali la mia esistenza, come la vostra, sarebbero ben poca cosa.

Usatemi, mungetemi, arricchitevi pure con me, ma per favore riflettete un pò di più.

 

Una vacca.

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Tutto il mondo è un orto!

Nel tabià del istà de Siror,

abbiamo proseguito in questa estate 2012 con la nostra riflessione sugli orti.

Almeno millecinquecento sono, fatti due conti, gli orti in Primiero. E gli ortolani che se ne occupano più del 10% della popolazione. Senza contare chi degli orti mangia solo i frutti…
Questi fazzoletti verdi sono luoghi d’importanza primaria dei nostri paesi.

Una casa senza un orto è una povera casa. E una famiglia senza orto è una famiglia un po’ più povera.

Questa banale e impietosa regola vale qui a Primiero come nel resto del pianeta.

Un orto è, per chissà quante famiglie al mondo, una piccola ma solida “assicurazione” contro la povertà.
Nei nostri paesi, d’origine e tradizione rurale, gli orti sono – assieme a strade e case – una delle tre componenti fondanti l’abitato.
Senza orti non c’è paese.
Anche se non pochi, negli ultimi decenni, sono stati cancellati per far spazio alla nuova “regina della casa”: l’automobile.
Eppure, gli orti sono, da secoli, degli spazi che fanno l’abitazione più vivibile e confortevole. Senza contare quelli che invece ospitano idee e impegni originali e fondamentali per tutta la comunità.

Quella che abbiamo allestito dal 12 al 19 agosto è una piccola esposizione per la quale abbiamo cercato di conivolgere diversi soggetti del territorio. Un racconto a più voci nel quale si sono alternati i piccoli coltivatori della Campagna de Siror, l’Anfass, le scuole, l’Ecomuseo, piccole aziende e associazioni tutti accomunati in un modo o nell’altro dal lavoro con la terra.

Per ricordare, con esempi concreti, quanto siano preziosi gli orti per Primiero e per la sua gente.
Come essi ci leghino ad una rete di piccoli coltivatori che avvolge il pianeta.
E perché dobbiamo quindi tenerli ben da conto…

 

E se vi fosse venuta un po’ di curiosità, da MondoOrto pp potete scaricare il pdf dell’intera mostra!

gb

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Cucine migranti al “Sabato del mondo 2012″

Orto orto delle mie brame…

Come le favole anche la dedizione all’orto, l’amore per le verdure e tante ricette in cui impiegarle unisce tanti Paesi e tante persone.

La primavera ha portato nella vita della Condotta la possibilità di dare il nostro contributo ad un nuovo progetto: “Ort-ensia” un piccolo orticello interculturale che il Comune di Siror ha messo  a disposizione dell’Associazione traME e TErra proprio nel centro del Paese. Verdure da tanti Paesi diverse, tanti modi di interpretare l’orto ed i suoi spazi e un’ulteriore occasione di incontro e scambio.

E anche da questo spunto, quando l’appuntamento annuale del “Sabato del mondo”  si è trasferito a Siror, è nata l’idea di dedicare lo stand di “Cucine migranti” all’uso delle verdure nella varie culture culinarie.

Ogni cuoco ha come sempre interpretato il tema a modo suo e quest’anno il percorso è partito dai nostri orti (quei te la campagna) per dirigersi alla scoperta di ricette dall’Est Europa.

Ha aperto le danze la veterana Vesna che con i suoi peperoni ripieni dalla Bosnia ha consigliato un’ottima ricetta-piatto unico!

Lyudmilla, nella sua prima esperienza tra i cuochi migranti, ha conquistato tutti con due ricette moldave: un’insalata di rape rosse e degli involtini di melanzane: belli e buoni!

Anche Celina ha proposto le melanzane con una ricetta rumena facendone una deliziosa crema da spalmare su fette di pane.

Ed infine, fiore all’occhiello della giornata, Nicola, cuoco migrante di seconda generazione, che con l’aiuto di Angelo ha raccolto verdure dagli orti della Campagna de Siror proponendo delle ricette semplici e creative.

…il tuttonaturalmente condito con abbondanti chiacchiere e racconti ed assaggi per tutti i fortunati partecipanti!

Niente è più universale delle verdure e ritrovare, ancora una volta, con Cucine Migranti, l’occasione di declinare e declinarci secondo altri punti di vista è stato importante.

Anche quando, dopo una lunga giornata di festa, ci si ritrova nel centro di Siror migranti e locali fianco a fianco a cenare insieme tra un peperone bosniaco, una polpetta rumena e na menestra de orz!

MondoOrto è il ricettario della giornata e qui potete trovare altre foto della giornata!

cg

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Serata Darjeeling Organic Tea Makaibari

Non detto/fatto raccontare la complessità e ricchezza di Makabari: giardino del tè indiano nei pressi di Kurseong, nella regione del Darjeeling, ai piedi del Kanchendzonga, il terzo ottomila del mondo.

E del suo poliedrico e carismatico proprietario, Rajah S. K. Banerjee.

Della storia di una famiglia che, nel cuore dell’Ottocento, rilevò dagli inglesi questa coltivazione, tramandandola di padre in figlio fino ad oggi. Della precoce e innovativa adozione di tecniche agricole sostenibili come le pacciamature, il compostaggio, la produzione di biogas dagli scarti del giardino e del bando ad ogni sostanza non naturale.

Dell’attenzione alla biodiversità e della permacultura: una gestione integrata della foresta dove i cespugli di tè sono parte integrate di un sistema olistico e stratificato di alberi e piante tipiche della foresta piovosa sub-tropicale.

Dell’impegno per la qualità della vita, sviluppato attraverso un Consiglio Comune delle Donne che decide della destinazione dei fondi, ricavati dal commercio Fair Trade, per le opere ed i servizi sociali e programma l’attività dell’azienda.

Della conversione alla biodinamica e della convinta adesione alla visione steineriana della vita e dell’agricoltura. Del continuo, meticoloso e quotidiano controllo della qualità del prodotto che Rajah attua di persona.

E della prospettiva futura apertamente dichiarata: “I piccoli coltivatori privati di tè sono il futuro del Darjeeling… per risanare l’industria, le grandi tenute del tè devono disgregarsi – compresa Makaibari – per far strada ai piccoli coltivatori biologici.”

Di come tutto ciò (e molto altro ancora) finisca dentro una tazza di tè e si possa realmente assaporare.

È quello che abbiamo cercato di realizzare in una serata conviviale e rilassata, avvalendoci del volume “The Rajah of Darjeeling Organic Tea” e del film “The Lord of Darjeeling” ma, soprattutto, degustando quattro differenti tipi di tè giunti freschi da Makaibari.

Dal delicato Bai Mu Dan, dal sentore di castagna, al fresco Green Tea, adatto al tardo pomeriggio.

E dal First Flush, profumato di pesca, fino al Muscatel, ideale per ridar tono a mente e corpo affaticati.

Una tavolozza di profumi, sapori e sensazioni che sono il risultato della lenta ma decisa evoluzione attuata a Makaibari: per aprire una nuova via del tè nella giungla dello strapotere delle multinazionali che, degne eredi dell’imperialismo britannico, ancor oggi dominano il mercato.

È stata una serata ricca di stimoli, domande e fragranze della quale vogliamo personalmente ringraziare Rajah Banerjee e l’amica Fiorenza (autrice anche di tutte le foto di questo post) che ha fatto da ponte tra noi e le lontane genti dell’Himalaya.

gb

Not easy at all…to talk about Makaibari, the biodynamic Indian Tea Garden, near to Kurseong in the Darjeeling area, at the footsteps of Kanghendzonga, the Himalayan eight thousand Mountain of Five Treasures!

Even more difficult to speak about its charismatic owner, or better.. “administrator”, as he likes to be called, Rajah Banerjee. About the story of a family, which took over the tea estate from the British one and half century ago, and passed it from father to son for four generations. About the technics, innovative for the area, of composting, mulching, introducing cows in the integrated chain of  fertilizing, producing milk and biogas for cooking.

To describe the personal experience of Rajah, who was called more than forty years ago, to fight for a new vision: integrating organic farming with preservation of the rain forest and the soil, affirming the idea: healty soil, healty Humanity.

Difficult also to tell about the daily commitment to improve the life of the villagers at Makaibari, to empower the women, for better education of children, for more participation,…and also about the future perspective, based on the idea that the small independent bio-farmers are the future of Darjeeling … the big tea estate – including Makaibari – should disappear to leave them work.

And the most difficult thing is to express how all these have been inside a cup of tea and could be really tested ….!

 In our relaxed and friendly meeting, while degusting four different Makaibari teas, we had a look on “The Lord of Darjeeling” movie and book.

Bai Mu Dan, with its light chestnut flavor, Green Tea, for alate afternoon testing, the peach aromatic  First Flush, and Muscatel, ideal for give  new tone to mind-body.

A whole bouquet, flavors and tests, which are witnesses of the evolution of Makaibari: a new way through the jungle of the tea multinational corporation power !

It was an evening full of stimuli, questions and flagrancies, for which we personally like to thanks Rajah Banerjee and our friend Fiorenza who was the bridge between two mountain people and region, our and the Himalayas.

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Indovina chi viene a cena? L’Iran di Hamid.

Ecco il nuovo appuntamento con “Indovina chi viene a cena?”, progetto di cucina migrante che la Condotta organizza in collaborazione con l’Associazione traME e TErra al Centro Interculturale noiAltri.

Questa volta è stato il momento di Hamid e della cucina iraniana raccontata attraverso i suoi saperi e con la quale tutti i presenti si sono messi alla prova come novelli cuochi.

Ecco il racconto della serata fatto da Gabriella, attenta partecipante alla serata!

Conoscevo Hamid il Farmacista, non Hamid il Cuoco. Disposto alla conversazione, allo scambio di battute, compreso nella preparazione, a volte complessa, delle sue pietanze e, direi, anche didattico.

Cena iraniana dunque.
Una ragazza di Cagliari, una coppia di Lamon, la sottoscritta di Venezia: “taliani”; gli altri: locali di origine o naturalizzati.
Non tutti ci si conosceva, ma siamo stati bene. Abbiamo lavorato fianco a fianco, secondo le istruzioni ora di Hamid, ora di Annamaria, sua moglie. Abbiamo riso insieme, spiluzzicato, assaggiato tutto, assaporato aromi a noi poco noti cercando di individuarne la spezia relativa.

Protagonista della cena è stato decisamente il riso basmati.
Spezzatino e arrosto di agnello ci sono familiari anche se qualche spezia ci mancava all’appello e qualche passaggio era un po’ diverso.
Mail riso basmati alle verdure! Quello sì è da starci con il naso sopra e per il profumo e per il procedimento di cottura.
Il riso bolle nell’acqua, una ricca manciata di un’erbetta secca sfuma di verde la “pozione” un aroma si diffonde e ci avvolge. È aneto.
Due ciotoline di legumi verde brillante vengono aggiunte: fave fresche, che nessuno dei presenti ha mai assaggiato fin’ora. Tutto bolle. Per poco. Il riso variegati e punteggiato di verdi differenti spicca nello scolapasta.
Bisogna rimetterlo nella pentola, senza acqua questa volta, a continuare la cottura.
Sembra un rito. Sul fondo coperto di fette di patate sfrigolanti e gialle di zafferano, Hamid adagia con delicatezza il riso soffice, una montagna di riso. Ora deve prendere fiato, , deve respirare, inebriarsi di profumi, il riso, attraverso i fori praticati con il manico di legno di un mestolo. Questa poi!
Noi seguiamo, tutti lì, curiosi, stipati a semicerchio nella piccola cucina.
Lasciamo il riso alla sua cottura.
Terminiamo gli stuzzichini, prepariamo la tavola. L’atmosfera è rilassata, allegra, ci scambiamo pareri, commenti, variazioni di ricette. Chi fuma in terrazza, chi aiuta in cucina.
Ecco il riso è pronto.
Hamid, con ferma e agile presa, rovescia deciso la pentola (come si farebbe per un budino) su un grande piatto. Piano piano la solleva e appare un “panettone” di riso bianco striato di verdi, con un cucuzzolo di patate rosolate e croccanti e le falde sfumate di zafferano.
Ragazzi oltre che splendido, ottimo!

 
Gabriella Bosmin,
la veneziana, per chi mi prende in giro con affetto ovvero la moglie di Paolo Meneguz, per chi mi conosce poco.

Qui qualche altra foto di “Indovina chi viene a cena?”

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L’orto in condotta

Una delle esperienze più positive della nostra condotta riguarda sicuramente l’Orto in condotta che i bambini della scuola primaria di Tonadico hanno avviato nel 2007 e che continua a dare grandissime soddisfazioni, ad arricchirsi di nuove idee e a coinvolgere bambini, nonni, insegnanti e genitori del plesso sotto la supervisione del maestro/socio Slow Food Pietro Depaoli.

Non solo quindi un fondamentale contributo al percorso educativo dei bambini, ma grazie alla ricca produzione degli scorsi anni (venduta puntualmente al marcà del lunì nel periodo estivo) sono stati finanziati anche ben due orti in Africa!

Un progetto di ampio respiro dunque, che meglio di chiunque altro viene raccontato da Pietro proprio sul sito della scuola.

E con l’arrivo della primavera…buona lettura e buon orto a tutti!

Orto in condotta – scuola primaria di Tonadico.

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Un buon bicchiere di vino!

Un buon bicchiere di vino non si nega a nessuno. Anzi, è un piacere da re, aggiungiamo noi, purché siamo persone sane, adulte e non in felice attesa.
L’incontro del 15 febbraio scorso con Maria Luigia Troncon è stato importante per chiarire alcune questioni fondamentali sul mondo del vino. Cerchiamo di riassumerle con parole nostre, senza pretesa di esaustività.

Il vino è un composto di circa 600 sostanze differenti, le quali ne determinano le caratteristiche organolettiche. Insomma, un vino è buono perché è complesso.
Dopo l’acqua (85-90%) l’alcool è la componente quantitativamente più rilevante del vino. Ne influenza i caratteri organolettici – sapore, morbidezza, bouquet – perché sciogliendo le sostanze non solubili in acqua, le rende percepibili al palato.
Componente rilevante del vino sono gli antiossidanti che hanno nomi mitologici tipo flavoni, tannini, antocianine… ed interagiscono con l’aroma. A proposito di antiossidanti: è vero che sono sostanze positive per la prevenzione di malattie degenerative, ma sono presenti nel vino in quantità talmente irrisorie che dovremmo berne qualcosa come 200 litri al giorno perché l’apporto fosse significativo. (Quindi, meglio cercarli altrove.)

Altro fenomeno noto a tutti: il vino (e l’alcool in genere) dà sensazione di calore. Poiché provoca dilatazione dei vasi periferici del corpo, conseguente dissipazione del calore e diminuzione della temperatura interna, affidandosi all’alcool si rischia di sottovalutare le basse temperature e di assiderarsi. (Perciò, a meno che non siate sotto una valanga e scorgiate all’orizzonte un sanbernardo… alla larga dalle botticelle!).

Il vino, se assunto correttamente, ha però anche un paio di proprietà benefiche: abbassa il colesterolo cattivo nel sangue (e quindi protegge il sistema cardiovascolare) e diminuisce l’aggregazione di piastrine (riducendo i rischi d’infarto o trombi).

Tutto ciò premesso, il vino non è però un alimento. Non nutre: non dà alcun apporto nutrizionale significativo al nostro organismo. E non è perciò indispensabile.

Insomma, il vino non è un cibo: è un piacere. (E se non è buono che piacere è? recitava un tempo il buon Nino Manfredi). E come tale va considerato.
Ma, perché rimanga un piacere e non diventi un problema, va assunto in qualità controllata e nei momenti opportuni.
Per quantità controllata s’intende: massimo 3 bicchieri di vino al giorno per gli uomini, 2 per le donne ed 1 per gli anziani. Sono assolutamente esclusi gli adolescenti (almeno fino ai 15 anni) e le donne in gravidanza.
L’assorbimento dell’alcool è rallentato se l’assunzione avviene in piccole dosi e accompagnandola al cibo.

Quindi dovremmo ricordarci che il vino è meglio berlo a pasto o comunque accompagnato da cibi solidi. (Le tradizioni come l’ombra a tutte le ore – ma anche il buon calice aperitivo o l’happy hour – si mantengono solo se buone, sennò si possono anche cambiare.)

Il consumo di alcool al di fuori di queste elementari norme è uno dei principali fattori di rischio denunciati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Bastano 40 grammi d’alcool al giorno per gli uomini e 20-25 per le donne, per entrare in una spirale pericolosissima di assuefazione, pericolo per sè e per gli altri, danni permanenti ai sistemi nervoso, cardiovascolare, gastroenterico ed al fegato.

Perciò, convinti che il vino è un piacere che val la pena di permetterci ogni tanto, ci sentiamo di concludere, con la dottoressa Troncon e Doris Lessing:

La vita è troppo breve per bere del vino cattivo.

gb

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