Chi mangia, mangi!

La mattina susseguente, dopo di essere statto su di quel campanille a suonar campanò, andai incontro alla processione che veniva e con essa giunto alla chiesa ascoltai la Santa Messa, durante la quale si preparavano sul prato le mastelle piene di minestra di fave per le truppe ed ogni mastella servir doveva per sette persone, alle quali si davano inoltre polenta e formaggio a sazietà, e la sera antecedente davansi le pappe di latte, una pagnotta di segalla ed una tagliatura di formaggio. Finita dunque la Messa ed uscito il popolo di chiesa, vi era uno dei serventi che ad alta voce gridava “Chi mangia mangi” ed allora tutti si precipitavano sulle mastelle, che ad ogni sette venivano assegnate dai direttori, e le divoravano come tanti lupi affamati, ma mai tutte le mastelle restavano affatto vuotte, ma per non lasciarvi degli avanzi, li più poveri, cavandosi dalle braccia le maniche della camicia e legata l’estremità, rovesciando il liquido che rimaneva nella mastella, collocavano le fave asciute nelle maniche della camicia e le portavano a casa. Dopo di questo succedeva la tavola degli artiggiani e contadini distinti ed indi la tavola dei signori, e dopo qualche riposo la processione parti- va per ritornare alla Parrocchia, e la sagra era finita.

Delle fave a Primiero non si ha memoria. Nessuno, neanche tra i più anziani ricorda di aver visto i nostri campi coltivati con questi legumi.

Eppur se ne trova traccia in diversi scritti, il primo dei quail risale al 1585 proprio riferito alla sagra di S. Martino e alla distribuzione della zuppa ai poveri in modo simile a quello che vi abbiamo proposto in apertura, tratto dalle Memorie di Angelo Michele Negrelli

La distribuzione della minestra

Ecco allora che come Condotta, stimolati dalla possibilità di far riferimento su un prodotto di grande qualità e Presidio Slow Food come le Fave di Carpino e sull’esperienza e la maestria del nostro socio-cuoco Guido Pradel, da due anni proponiamo ai bambini della scuole elementari di Tonadico e S. Martino la festa del Chi mangia mangi.

Nicola/Aigor nei panni del priore di San Martino

… E forse è stata proprio questo raccontare tempi passati che ha ispirato la messa in scena che si è svolta a S.Martino il 17 luglio, in occasione della riproposizione dell’evento e dell’assaggio di una zuppa di San Martino in collaborazione con l’associazione Stelle Alpine.

Nel momento in cui si ripropongono piatti che non appartengono al panorama culinario contemporaneo ma che hanno in parte l’ambire di riproporre gusti di tempi passati, ci si interroga giustamente anche sulle modalità da attuare per poter, nel modo più efficace possible, riproporre quel gusto e quelle sensazioni.

Una moda anche negli ultimi anni si è diffusa ovunque, in Italia e in Europa, è quella della cucina “storica”, magari proposta in edifici anch’essi “storici”, per la curiosità dei turisti e la gioia degli degli animatori culturali. Soprattutto va forte la cucina “medievale” […] e lo storico non può non chiedersi: ha senso tutto ciò? È possible ricostruire il gusto alimentare di un’epoca così vicina, che ci circonda ovunque con le sue trace, eppure così lontana nei riferimenti “estetici” di base? (Massimo Montanari, Il cibo come cultura, 2004)

Figuranti in costume per una zuppa povera

Ecco quindi che il confine tra il voler ricordare una tradizione ed un prodotto ed il trovarsi immersi in una ricostruzione in costume ad uso e consumo dei turisti sembra essere davvero sottile. Su che senso abbia (se un senso ce l’ha) voler riprodurre una presunta atmosfera storica, unendo ad un piatto come la zuppa di fave costumi sfarzosi d’altre epoche, il dibattito è ancora aperto. Certo è che le numerose persone presenti hanno dimostrato un notevole apprezzamento della zuppa, che di tradizionale (come forse si è cercato di far credere) aveva poco per non dir nulla ma che ha proposto un prodotto di altissima qualità magistralmente giocato con gusto e modalità di cottura del nostro territorio.

Vi proponiamo in ogni caso il volantino dell’evento (Zuppa di San Martino), che, oltre a qualche coordinata storico-letteraria, propone la ricetta della zuppa, per chi avesse voglia di cimentarsi con una nuova proposta. E teniamo, come Condotta, quest’esperienza per riflettere su quanto suggerisce sempre Montanari:

Il problema-chiave è quello di individuare il confine fra comprensione e adattamento, ricostruzione e rielaborazione, studio filologico dei testi e lavoro pratico in cucina. Diciamolo senza ambiguità: quell confine è difficilmente identificabile a priori e, per così dire, a freddo. Solo la sensibilità e l’esperienza di chi ci lavora possono situarlo convenientemente e comunque all’insegna di un’inevitabile precarietà, dato che, se la cultura gastronomica dei secoli passati si può studiare e ricostruire con una certa credibilità, il passaggio al piano pratico dell’esperienza (le sensazioni individuali dei sapori) appare totalmente velleitario. L’oggetto è cambiato (i prodotti di oggi non sono più quelli di mille anni fa, anche se portano lo stesso nome) e, quell che più conta, è cambiato il soggetto: i consumatori non sono più gli stessi e la loro educazione sensoriale è enormemente diversa.

cg & gb

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Attività associative, Luoghi e tempi del cibo. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...